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Dal 9 all’11 ottobre 2026 Belgrado ha ospitato la 12a conferenza dell’Unione Massonica dei Balcani, organizzata dalla Gran Loggia Liberale di Serbia. Invitato a prendere la parola, il Gran Maestro del Grande Oriente di Svizzera, Pierre Jéronimo, ha celebrato insieme ai Fratelli serbi il trattato di amicizia che ora unisce i due Ordini.

L’Unione Massonica dei Balcani riunisce sedici Gran Logge della regione e il Grand Orient de France, le cui logge lavorano nei Balcani. Quest’anno erano rappresentati anche il Grande Oriente d’Austria e il Grande Oriente di Svizzera. Il tema scelto, «Unità nella diversità: i valori europei come fondamento della cooperazione e del futuro dei Balcani», non poteva trovare luogo più adatto di quello in cui la Sava si unisce al Danubio.

Unità nella diversità

A margine della conferenza, la rivista serba Radar ha intervistato il Molto Rispettabile Gran Maestro della Gran Loggia Liberale di Serbia, Vladimir Marković, che è anche presidente dell’Associazione Massonica Adogmatica dell’Europa centrale e orientale.

Egli descrive l’Unione Massonica dei Balcani come molto più di un incontro annuale: una rete di fiducia tra i massoni della regione, uno spazio di scambio di esperienze e il punto di partenza di iniziative comuni in ambito educativo, umanitario e culturale. In sintesi, «un laboratorio dell’unità balcanica ed europea nella diversità».

Il suo messaggio è chiaro. La storia dei Balcani ha mostrato che cosa accade quando con le nostre differenze si costruiscono muri; la storia europea ha mostrato che anche muri apparentemente indistruttibili possono diventare ponti. L’unità non richiede uniformità: si può restare serbi, croati, greci, turchi o albanesi e appartenere pienamente a un’Europa comune, così come ciascuno conserva la propria individualità nella catena d’unione.

Vladimir Marković sottolinea inoltre un punto caro al Grande Oriente di Svizzera: l’Ordine non è lo strumento di alcun partito, ma la neutralità politica non deve mai diventare indifferenza morale di fronte all’ingiustizia.

Dai muri ai ponti

Nel suo discorso Pierre Jéronimo ha ricordato che i due fiumi di Belgrado avevano già dato il loro contributo alla riflessione: si incontrano, proseguono insieme e nessuno dei due chiede all’altro di giustificare le proprie origini. «Noi esseri umani abbiamo a volte bisogno di un po’ più di tempo, e di parecchie più scartoffie», ha aggiunto con un sorriso.

Appartenente alla generazione che ha visto cadere il muro di Berlino, ha evocato l’euforia delle frontiere che si aprivano e l’illusione di una storia che avesse finalmente imparato la lezione. «Abbiamo scambiato un’apertura per una garanzia. Quello fu il nostro errore. La speranza, invece, non lo era.»

Avendo vissuto quattro anni a Budapest, il Gran Maestro conosce l’Europa centrale non come una semplice regione su una carta diplomatica. Budapest ricorda ogni giorno ciò che un ponte rende possibile: Buda resta Buda, Pest resta Pest, ed è il loro legame a dare vita alla città. Nessuno dovrebbe rinunciare alla propria identità per condividere un futuro. I Balcani, ha sottolineato, meritano di essere ascoltati come una voce dell’Europa: nessuna parte del continente ha il monopolio della civiltà, né quello dei suoi fallimenti.

Ha evocato anche l’esperienza svizzera: quattro lingue nazionali, ventisei cantoni, forti identità locali e un notevole talento nel trasformare un disaccordo in una votazione popolare. La Svizzera non è un modello perfetto, ma dimostra che una vita comune può essere costruita tra persone che non parlano, non pensano e non credono allo stesso modo. La sua tradizione di buoni uffici e il ruolo di Ginevra come luogo di dialogo la obbligano: «La geografia ha posto la Svizzera nel cuore dell’Europa. Non può porci al di fuori delle sue responsabilità.»

Libertà di coscienza e pace giusta

Il Gran Maestro ha ricordato che il Grande Oriente di Svizzera appartiene alla tradizione liberale e adogmatica della Massoneria, fondata sulla libertà di coscienza. Ognuno deve restare libero di cercare, di interrogarsi, di credere o di non credere, senza rinunciare alla propria dignità né al proprio posto nell’Ordine. È una libertà esigente: chiede di rispettare una coscienza che giunge a conclusioni diverse dalle proprie. «Sembra semplice. Poi qualcuno non è d’accordo con noi, e il vero lavoro comincia.»

L’Ordine non dice ai suoi membri come votare e non chiede loro di lasciare il proprio giudizio alla porta del tempio. Li aiuta a rendere quel giudizio più informato, più onesto e più attento agli altri. Si può difendere la dignità umana senza diventare lo strumento di un partito, e parlare di pace senza fingere che tutto si equivalga.

Di fronte a chi vende paura, «un vecchio commercio i cui mercanti dispongono semplicemente di mezzi di consegna più rapidi», Pierre Jéronimo ha invitato a rispondere con fermezza: nessuna bandiera rende accettabile la sofferenza di un bambino, nessun rancore dà a qualcuno la proprietà dell’umanità altrui, e nessun futuro degno di questo nome può fondarsi sull’umiliazione permanente di un popolo.

Una pace giusta deve permettere di vivere in sicurezza e dignità, prendere sul serio le vittime e lasciare spazio alla responsabilità. La riconciliazione non si decreta da una tribuna; la fiducia si conquista, talvolta dolorosamente, nel corso degli anni. Ma la difficoltà della pace non è una scusa per rinunciarvi. «Rifiuto di accettare che l’odio sia più realistico della fratellanza. L’odio è stato sperimentato abbastanza. Ne conosciamo i risultati.»

Un ponte tra i due Ordini

A Belgrado il Gran Maestro si è rivolto a Ivo Andrić, premio Nobel per la letteratura, la cui opera appartiene profondamente alla letteratura serba e all’intero patrimonio della regione. Nel suo saggio I ponti, Andrić scrive che i ponti appartengono a tutti e trattano tutti allo stesso modo. In queste poche parole c’è un’intera etica: un ponte rende possibile l’incontro senza decidere in anticipo che cosa debbano diventare coloro che lo attraversano.

I massoni si definiscono costruttori; dovrebbero quindi giudicare il proprio lavoro da ciò che rende possibile per gli altri. Qualcuno osa parlare dopo aver avuto paura? Un pregiudizio si è indebolito? Due persone possono ora sedersi alla stessa tavola? «È più facile applaudire la fratellanza a una conferenza che praticarla in una conversazione difficile il lunedì mattina», ha osservato Pierre Jéronimo.

La conferenza è stata l’occasione per celebrare il trattato di amicizia tra la Gran Loggia Liberale di Serbia e il Grande Oriente di Svizzera. Un simile trattato dà all’amicizia tra i due Ordini una forma duratura; il suo vero valore crescerà con le visite, gli scambi e i gesti di solidarietà che seguiranno. Soprattutto, offre loro una domanda semplice da porsi, in particolare nei momenti difficili: «Fratello mio, come posso aiutarti?»

Il Gran Maestro ha reso omaggio al Fratello Marco Markovics, garante d’amicizia tra i due Ordini, che mantiene vivo questo legame, e al Molto Rispettabile Gran Maestro Vladimir Marković per la sua accoglienza e lo spirito di apertura dell’incontro. La somiglianza dei loro nomi, ha notato con umorismo, pone una piccola sfida a un Gran Maestro in visita; per fortuna in Svizzera si è abituati a diverse versioni dello stesso nome, purché tutti siano d’accordo sull’ora dell’appuntamento.

Per far vivere questa amicizia, ha invitato i membri dei due Ordini a visitarsi, a dare spazio alle voci giovani e a servire insieme al di là dei templi. E, quando sorgerà un disaccordo, ad avere la saggezza di telefonare prima di giudicare e di ascoltare prima di rispondere.

La cultura come atto di fratellanza

Domenica 11 ottobre la Gran Loggia Liberale di Serbia ha prolungato la conferenza con un concerto di beneficenza organizzato dalla sua opera umanitaria «Nezaboravak». Nella grande sala della Fondazione Kolarac, il soprano Branislava Podrumac e l’Orchestra da camera di Belgrado hanno proposto un programma «da Mozart a Whitney Houston». L’intero ricavato è destinato al restauro della Fondazione, lasciata in eredità a Belgrado dal grande benefattore e massone Ilija Milosavljević Kolarac.

Per Vladimir Marković questo concerto va oltre il sostegno a un’istituzione: in un’epoca in cui la cultura viene relegata ai margini e il dialogo con chi la pensa diversamente diventa sempre più difficile, la cultura ci insegna ad ascoltarci, a rispettare la diversità e a costruire uno spazio comune.

Tenere la porta aperta

In conclusione Pierre Jéronimo è tornato al 1989, al momento in cui persone comuni scoprirono che ciò che veniva loro presentato come permanente poteva cambiare. Questa possibilità la generazione attuale la deve a quella che verrà. Non le si può promettere un mondo senza conflitti, ma le si può mostrare che il conflitto non obbliga a smettere di riconoscersi.

E quando coloro che verranno dopo chiederanno che cosa è stato fatto in questi tempi difficili, ha auspicato che la risposta sia semplice:

«Abbiamo tenuto la porta aperta. Abbiamo teso la mano. Abbiamo costruito il ponte.»